Siamo davvero sicuri che esista una reciprocità nelle relazioni che stiamo istaurando con queste persone? Siamo certi che alla fine, come spesso avviene, non avremo goduto dei nostri privilegi per affermare la nostra bravura nel dare il superfluo raccogliendo il necessario? Il nostro incontro non è naturale come crediamo, è programmato, mosso dalla possibilità di compensare le nostre mancanze con il minimo sforzo che assume grandezza solo relativamente.
Saremo onesamente capaci di quantificare i termini dello scambio che avremo avuto con questa gente? Ho l’impressione che al di là delle intenzioni e dei presupposti, la nostra condizione ci pone sempre in uno stato di privilegio. Quanti di noi sposeranno una causa una volta conclusa l’esperenza, quanto inciderà sul nostro modo di decidere e di vivere la nostra libertà di scegliere? è contorto il mio pensiero, ne tengo conto. Vorrei sapere se c’è una crisi in corso in ognuno di noi, e se questa crisis è propedeutica al bivio, al kairos. Gli antichi greci avevano due parole per il tempo, chronos e kairos. Mentre la prima si riferisce al tempo come lo intendiamo noi, la seconda significa “tempo nel mezzo”, indeterminato, dedicato a “qualcosa di speciale” che non può non avvenire. Chi usa la parola stabilisce la “cosa speciale”. Mentre chronos è quantitativo, il kairos è qualitativo.
Esso implica una visione del tempo che possa conciliarsi con un’esigenza d’efficacia dell’azione umana. E mi riporta ai due problemi con i quali mi confronto costantemente e inevitabilmente: quello dell’azione e quello del tempo.
Il kairos si ricollega ad un certo tipo di azioni che devono essere compiute “tempestivamente” e non tollerano né il ritardo, né l’esitazione. Io spero che possiamo rivederci, in un tempo debito, a quel bivio. Do’ appuntamento lì a tutti i miei compagni di viaggio, confidando nel fatto che la mia crisi di adesso mi faccia arrivare puntuale all’incontro.
Vito