Il Libano, stato fragile che si regge su una delicata alchimia confessionale, è solo un terreno di scontro tra l’Occidente e i suoi alleati, da una parte, e l’Iran e la Siria, dall’altra. Il 29 dicembre 2007 non si può che prendere atto del fallimento dei tentativi di ricostruire un potere centrale. Per l’undicesima volta consecutiva Nabih Berri, presidente del Parlamento, ha deciso di rinviare la seduta per l’elezione del nuovo capo dello Stato, tuttora assente. Si spera che il capodanno non sia stato inaugurale di un 2008 ancora all’insegna del rischio.
La presenza del contingente delle Nazioni Unite in Libano (Unifil) non offre nessuna tutela dall’eventualità di uno scontro con Israele, in qualsiasi momento. Il Libano si è rinchiuso in una silenziosa guerra civile che vede, da un lato, il governo Siniora e, dall’altro, l’opposizione formata da Hezbollah e Amal e dalla Corrente patriottica libera del generale Michel Aoun. E mentre la crisi politica è cronaca locale, la cronaca è fatta di scontri tra fazioni che a Beirut hanno portato il confltto tra le strade tuttora presidiate dall’esercito.
Al sud invece, nell’altro Libano, roccaforte estesa di Hezbollah, l’unico conflitto contemplato e temibile è quello militare con Israele. La calma in cui si vive non è indicatore di una pace apparente, è piuttosto la prova che davvero ci si può abituare a tutto. La guerra è più di una possibilità. Un esempio: nel Libano meridionale non è frequente vedere passare aerei, lo spazio aereo non è frequentato quasi completamente. Chi vive qui, nel convivere con la storia passata e presente del Paese, associa il passaggio di un elicottero ad un evento eccezionale che può anticipare qualcosa di usuale, come un raid, un’incursione o una guerra. Così, quando un elicottero è volato sulle nostre teste mentre eravamo in una zona al confine con Israele (circondati da macerie e con militari in ordine sparso lungo il tragitto), il primo pensiero è stato di allerta. Né paura né suggestione, che sarebbero le legittime ragioni alla base di tale pensiero, ma solo esperienza.
Perché vivere in mezzo ai profughi, essere un obiettivo militare, vivere con i sensi allertati in ogni momento, sconvolge le abitudini e la “normalità”. Normale è imparare a distinguere la provenienza e la natura di un colpo d’arma da fuoco, modificare continuamente tragitti e agenda per un chek point o un presidio, assistere a un’azione militare che si svolge nella strada parallela senza sentirsi in pericolo. Normale è il confronto con la morte, con la relatività delle cose, con un militare o con chiunque eserciti il controllo e disponga in maniera non esclusiva dell’uso della forza più o meno arbitrariamente, avere addosso o attorno delle armi, sentire la presenza di ciò che non si vede.
Ma normale è anche ripensare alla proprietà di cose e persone, ai rapporti personali e sociali, inventarsi costantemente il presente, riprogrammare l’istante seguente, avere un obiettivo, credere in qualcosa. Qualcuno sceglie di vivere questa sfida, per troppi ancora, questa condizione non è una scelta, non è libertà.
Vito